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La parte italiana del Monte San Giorgio è diventata patrimonio naturale mondiale dell'umanità UNESCO a completare il lato svizzero già riconosciuto dal 2003.

La decisione è stata presa per acclamazione durante la 34a assemblea generale del Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO riunita a Brasilia, il 3 Agosto 2010 con questa motivazione:

Breve descrizione

L’area montuosa, a forma di piramide, del Monte San Giorgio, adiacente il Lago di Lugano, è considerata la miglior sequenza fossilifera per la vita marina nel Triassico Medio (245-230 milioni di anni fa). La successione registra un ambiente di laguna tropicale, talvolta parzialmente separato dal mare aperto da una fascia di biocostruzioni. Una ben diversificata vita fioriva nella laguna stessa con rettili, pesci, bivalvi, ammoniti, echinodermi e crostacei. Inoltre, poiché la laguna era prossima a terre emerse il contenuto paleontologico comprende anche organismi terrestri quali rettili, insetti e piante. Il risultato è una serie di associazioni fossilifere di grande ricchezza

Criterio di iscrizione

Il Monte San Giorgio rappresenta l’area che singolarmente testimonia meglio la vita marina durante il Triassico Medio, presentando inoltre anche resti di organismi terrestri. Il sito ha prodotto molti e ben differenziati resti fossili, spesso di eccezionale completezza e conservazione. La lunghissima tradizione di studi paleontologici e la gestione disciplinata degli scavi hanno prodotto un insieme notevole di collezioni di reperti, ben documentate e catalogate, che sono alla base di un grande numero di pubblicazioni scientifiche di elevata qualità. Conseguentemente, la successione fossilifera del Monte San Giorgio rappresenta il principale riferimento a scala mondiale per tutti i futuri studi paleontologici riguardanti le faune marine triassiche.

La storia

Storicamente le ricerche sono iniziate sul lato italiano con le campagne di scavo della Società Italiana di Scienze Naturali affidate nel 1863 all’Abate Antonio Stoppani, allora direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Tali ricerche sono da considerarsi le prime svolte in Italia allo scopo di recuperare fossili sotto il diretto controllo di uno specialista. Quando quindi si afferma che sul MSG gli scavi paleontologici sono in corso da almeno 150 anni ci si riferisce al lato italiano, mentre sul lato svizzero i primi scavi dell’Università di Zurigo risalgono alla fine degli anni 20 del secolo scorso, quindi circa 60 anni dopo l’inizio delle ricerche in Italia, benché siano poi durate per quasi 50 anni consecutivamente. Solamente a partire dagli scorsi anni 90 si è avuta la presenza contemporanea di attività di scavo su entrambi i lati del confine, dapprima con la ripresa da parte del Museo milanese negli anni 70 (Rio Ponticelli e successivamente Sasso Caldo fino al 2004), poi con l’inizio di uno scavo da parte di UNIMI con finanziamento da parte del Civico Museo Insubrico di Induno Olona (Ca’ del Frate/Besnasca, 1981-1997) cui fa seguito sempre da parte UNIMI un’attività in Svizzera (1997-2005) su incarico del Museo cantonale di Lugano. Lo stesso Museo, in collaborazione con l’Università di Zurigo, riprende l’attività dal 1994 al 2004. Attualmente, in mancanza di un progetto scientifico coerente di medio-lungo termine, è in corso solo un piccolo scavo del Museo di Lugano supportato dall’università di Bonn e quella dell’Insubria. Anche l’attività di sfruttamento economico degli scisti bituminosi inizia in Italia nel XIX secolo, per poi trasferirsi prevalentemente sul lato svizzero nel ‘900: il tutto termina appena dopo la seconda guerra mondiale.

La storia degli scavi implica che gran parte dei primi lavori scientifici siano dedicati a reperti rinvenuti in Italia (lavori dell’800, ma soprattutto le monografie di De Alessandri (1910) e di Brough (1939). E soprattutto tramite quest’ultimo lavoro, focalizzato sui pesci di una collezione acquisita dal British Museum of Natural History, che il nome di Besano entra nella rete internazionale dei siti paleontologici, ma con riferimento ai pesci. Si apre quindi la dicotomia ‘MSG, la montagna dei rettili’ mentre si ricordano ‘i pesci di Besano’. Questa visione viene rinforzata dallo studio quasi esclusivamente sui rettili condotto dall’Università di Zurigo, mentre sui pesci, benché più numerosi e diversificati, si ritorna a lavorare negli anni 80 con l’arrivo del gruppo UNIMI e con alcune importanti pubblicazioni zurighesi. Da qualche anno a questa parte è tuttavia solo la parte italiana che continua lo studio dei pesci, tenendo presente che si tratta di materiale proveniente esclusivamente dai nuovi scavi non dalle vecchie collezioni museali. E’ possibile suddividere lo studio di queste faune in tre fasi storiche, che coincidono più o meno con la distribuzione delle attività di ricerca sul terreno. Dalle scarne descrizioni dei primi ritrovamenti attorno alla metà del XIX secolo fino al 1920, alla fase ‘svizzera’ dagli anni 30 fino al 1970, si è giunti poi a partire dal 1990 alla visione globale di un giacimento fossilifero di primaria importanza (lagerstätte), che ha finora fornito circa 25 specie di rettili e quasi 100 di pesci, oltre a molti invertebrati tra i quali spiccano alcuni splendidi insetti.

La complessità paleogeografica e paleoambientale delle unità del Triassico medio del comprensorio del Monte San Giorgio, fa si inoltre che anche su piccole distanze (pochi km) la composizione faunistica possa essere differente venendo influenzata dalla distanza dalla terra emersa o dalla piattaforma carbonatica, dai collegamenti più o meno ampi verso il mare aperto, da eventuali variazioni di salinità, di profondità, di ossigenazione delle acque, etc. E’ quindi auspicabile che nel prossimo futuro possano venire coordinate ricerche su livelli coevi ma con piccole variazioni ambientali onde stabilire quale fosse l’influenza dell’ambiente sulla composizione faunistica.

Da ultimo un riferimento ai nuovi siti a vertebrati del Triassico medio nella Cina meridionale che oltre ad essere complementari come età ai livelli del Monte San Giorgio, un po’ più vecchi e un po’ più giovani, presentano una ricchezza di esemplari incredibile conseguenza anche dell’estensione area ben maggiore di quella del MSG, permettendo quindi scavi su superficie molto ampie.

Stratigrafia e fossili

Le ricchissime associazioni a pesci e rettili del Triassico medio lombardo/ticinese hanno il loro nucleo tra Besano e il Monte San Giorgio a cavallo del confine italo-svizzero. Questo insieme di siti e livelli fossiliferi costituisce il più spettacolare complesso a vertebrati marini conosciuto al mondo per quel periodo, fornendo una successione di associazioni faunistiche che copre circa 12 Ma. Segnalati per la prima volta da Curioni nel 1847, i fossili del Triassico medio lombardo sono stati da allora oggetto di studio soprattutto da parte di paleontologi italiani e svizzeri, con la saltuaria partecipazione di tedeschi, inglesi, svedesi.

Il principale e più famoso livello è la Formazione di Besano, (conosciuta come Grenzbitumenzone dagli autori svizzeri o Scisti ittiolitici di Besano dai vecchi paleontologi italiani) la cui età va dall’Anisico superiore al Ladinico basale. Questa unità è costituita da un’alternanza di livelli dolomitici e di livelli bituminosi, con un contenuto di materia organica che può raggiungere il 30%, con uno spessore massimo di circa 16 m. I fossili, sia vertebrati che invertebrati, non hanno una distribuzione omogenea all’interno della Formazione di Besano, la parte inferiore della quale è la più povera in assoluto con pochi pesci ed ittiosauri. La parte mediana è la più ricca in assoluto e testimonia un più ampio interscambio con il mare aperto vista soprattutto la quantità di ittiosauri, ammoniti e daonelle. Si può quindi ipotizzare che in questo momento il livello relativo del mare fosse più alto, così che quasi tutta l’area precedentemente occupata dalla piattaforma carbonatica fosse coperta ormai da alcuni metri d’acqua facilitando quindi il passaggio degli organismi che vivevano in mare aperto verso la più profonda laguna costiera. La formazione di Besano si chiude con il passaggio ad una unità composta da dolomie massicce prive di fossili. Questo banco dolomitico passa poi a calcari ben stratificati di ambiente più profondo (Calcare di Meride): nel terzo inferiore di questa unità si trovano tre livelli a vertebrati che hanno fornito sia pesci che un notevolissimo numero di piccoli rettili acquatici chiamati pachipleure. E’ possibile che vi siano altri livelli fossiliferi, ma le condizioni di affioramento non sono ideali per fare scavi di assaggio. La successione del Triassico Medio si chiude con circa 120 metri di calcari marnosi molto laminati (la Kalkschieferzone): rappresenta un ambiente bacinale a circolazione abbastanza ristretta e spesso con favorevoli condizioni per la conservazione ottimale di molti organismi delicati quali piccolissimi pesci e crostacei, questi ultimi molto comuni e talvolta eccezionalmente conservati. Per contro, il continuo, seppur limitato ritrovamento di insetti sta fornendo un nuovo filone di ricerca molto importante anche per le ricostruzioni paleoambientali.

E’ impossibile ricordare tutti i pesci e rettili del MSG, ma di alcuni non si può fare a meno di dare alcuni cenni. Tra i pesci, oltre ai grandi predatori Saurichthys e Birgeria, diffusi in tutto il Triassico, i diversi livelli fossilferi presentano un gran numero di generi e specie di un particolare gruppo di pesci tipico proprio del Triassico medio-superiore, i subholostei. Molti di essi hanno nomi che ricordano i nostri siti: Besania, Meridensia, Luganoia, Sangiorgioichthys proprio ad indicare il fatto che sono stati rinvenuti per la prima volta sul MSG, ma anche i rettili Lariosaurus e Ceresiosaurus hanno un che di familiare... I rettili del MSG sono certamente più famosi dei pesci, forse anche perchè le loro dimensioni possono raggiungere i 6 m! I più diffusi erano però le piccole pachipleure (Serpianosaurus, Neusticosaurus): queste ‘lucertole acquatiche’ (in realtà non erano imparentate con le vere lucertole) vivevano probabilmente come gli attuali varani delle Galapagos, stando sulla terraferma il minimo indispensabile per scaldarsi al sole e passando la maggior parte del tempo in acqua a cacciare i piccoli pesci di cui si nutrivano. Senza corrispondenti attuali era invece Tanystropheus, detto anche il rettile giraffa per via del lunghissimo collo. Va infatti ricordato che questo animale poteva raggiungere i 6-7 m di lunghezza, di cui oltre la metà spettanti al collo. Molto interessante è che Tanystropheus, come altri rettili e alcuni pesci comuni sul Monte San Giorgio, è stato recentemente rinvenuto anche in Cina Meridionale, dove stanno venendo alla luce molti siti più o meno coevi ai nostri livelli fossiliferi, benché su un’area molto maggiore, equivalente almeno a tutta la Lombardia. Ma anche per i fossili cinesi il punto di riferimento resta il Monte San Giorgio.

Molto del materiale raccolto in questi ultimi anni attende di essere preparato con perizia per poter essere studiato: come già detto questo costituisce il principale ostacolo ad una rapida descrizione delle molte forme soprattutto di pesci! Nel complesso le collezioni dei vari Enti di ricerca interessati a questi giacimenti ospitano ormai molte migliaia di esemplari e altri si stanno aggiungendo seppure con ritmi più lenti rispetto agli scorsi anni. E’ auspicabile che le future campagne di scavo possano essere coordinate tra gli enti interessati e con la prospettiva di migliorare ulteriormente le conoscenze sul Monte San Giorgio, soprattutto con l’eventuale scoperta di nuovi livelli fossiliferi. L’auspicio è che si possa procedere allo studio con regolarità, continuando nel migliore dei modi l’opera iniziata 150 anni fa da Antonio Stoppani e dai suoi colleghi milanesi.

Testi di Andrea Tintori
Fotografie di Andrea Tintori e Stefano Dominici