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Il colle di San Colombano al Lambro appare come un’altura isolata nel bel mezzo della Pianura Padana. Di forma allungata, si estende per circa 14.500 km2 e in virtù delle sue particolarità paesaggistiche e ambientali nel 2002 è stato dichiarato Parco. Alle sue pendici sorge l’abitato omonimo, con il castello e il borgo ricco di edifici storici, fra cui Palazzo Patigno, sede del Comune e del Museo Paleontologico. Qui sono anche conservati i fossili rinvenuti nel territorio.

La collina, detta anche Mombrione secondo una nomenclatura arcaica, si erge per 147 metri sul livello del mare, geograficamente delimitata a nordest dal corso del fiume Lambro e a sud da quello del Po. Morfologicamente presenta dei fianchi dolci e una sommità pianeggiante dove una volta era un bosco. La porzione meridionale del colle, verso occidente, mostra segni di erosione forse prodotti dai movimenti dell’alveo del Po. Questo rilievo è costituito alla base dalle marne del Miocene sommitale, su cui si sono deposte argille e calcari pliocenici e quaternari, e coperture alluvionali.

Durante il Pliocene e il Pleistocene l’attuale Pianura Padana era periodicamente occupata da un braccio di mare esteso che bagnava il margine meridionale delle Alpi. Nel Quaternario, durante il Pleistocene inferiore, la pianura si trovava ancora parzialmente sotto il livello delle acque, come indicato dalle faune marine di fascia climatica fredda che sono state rinvenute anche fra i sedimenti marini del colle, tra le quali Hyalinea baltica. La geologia della collina è stata oggetto di studio fin dal 1784 quando Serafino Volta pubblicò il suo Saggio analitico sulle colline di S. Colombano. Valente chimico e docente presso l’Università di Pavia, era interessato alla mineralogia della zona, alla quale pure dedicò, nel 1788, le Osservazioni mineralogiche intorno alla collina di S. Colombano e dell’Oltrepò di Pavia, lavoro svolto in collaborazione del più famoso fratello, Alessandro Volta, i cui interessi spaziavano oltre la fisica. Le osservazioni di Volta furono approfondite ed estese da una schiera di geologi illustri, da Antonio Stoppani al suo allievo Torquato Taramelli, a Plinio Patrini. Stoppani, poco più che ventenne, visitò gli affioramenti del Mombrione e raccolse conchiglie fossili in gran quantità, gasteropodi e lamellibranchi di una collezione oggi parzialmente esposta presso il Museo di Scienze Naturali che porta il suo nome a Venegono Inferiore (VA). La prima descrizione della paleontologia di San Colombano comprendente un totale di 152 specie, venne pubblicata nel 1857 all’interno del volume Studii geologici e paleontologici sulla Lombardia, dove lo Stoppani così descrisse il colle:

“Dalle rive del Po volgendo a Nord sulle ubertose, ma inamene zolle che risultano dall’estremo detrito alluvionale. Dove è appena visibile qualche ciottoletto, tanto che per la manutenzione delle strade gli è d’uopo cercar tributo di ghiaje al vicino Lambro, come creato per incanto, ci sorge innanzi l’amenissimo poggio di San Colombano”.

La natura geologica è visibile solo nelle incisioni vallive dovute all’erosione o laddove il sedimento alluvionale è stato rimosso:

“Coperto di deliziosi e pregiati vigneti, nutriti da un ricco strato alluvionale, che ovunque si adagia sul morbido pendio, in pochissimi luoghi rivela l’interna struttura.”

Pier Luigi Fiorani Gallotta, medico e collezionista di fossili, raccolse una ricca collezione di vertebrati e invertebrati nei luoghi citati da Stoppani e in altri da lui scoperti e che indicò al Taramelli, come descrive nella Fauna fossile dei colli di S. Colombano al Lambro del 1921. Fra gli appassionati ricercatori e raccoglitori di fossili era anche Virginio Caccia, dentista e appassionato paleontologo, che a fine Ottocento creò un’importante collezione di conchiglie plioceniche e resti di vertebrati quaternari, di sovente rinvenuti fra i sedimenti alluvionali ai margini del fiume Lambro, donata nel 1927 per la costituzione del locale Museo di San Colombano, a lui oggi dedicato. Pubblicò inoltre numerosi lavori, fra cui lo studio Cranio fossile di Bos primigenus, fossile raccolto nel 1934.

Gli strati fossiliferi della collina sono costituiti da sabbie ben stratificate, sub-orizzontali e intercalate a ghiaia, sedimenti di ambiente marino oggi attribuiti al piano Calabriano, del Pleistocene inferiore. Qui sono state rinvenute abbondanti in abbondanza bivalvi come Chlamys inflexus, Nucula placentina o il mytilidae Litophaga litophaga indicatore di substrati rocciosi e della prossimità della linea di costa. Tra i gasteropodi le specie Cerithium varicosum, Bolma rugosa e Haliotis lamellosa sono anch’essi tipici di ambiente litorale poco profondo. La fauna marina di San Colombano comprende anche piccoli brachiopodi terebratulidi.

Per approfondire

Anfossi G. & Brambilla G. (1981). La fauna pleistocenica del Colle di San Colombano al Lambro (Lombardia). I Lamellibranchi. Atti dell’Istituto di Geologia dell’Università di Pavia 29: 49-68.

Anfossi G., Desio A., Gelati R., Laureri S., Petrucci F. & Venzo S. (1971). Note illustrative della Carta geologica d’Italia, Foglio 60, Piacenza. Servizio Geologico d’Italia.

Fiorani Gallotta P. L. (1921). Fauna fossile dei colli di S. Colombano al Lambro. Archivio storico per la città e i Comuni del Circondario e della Diocesi di Lodi Anno XL, 2.

Gentili E. & Pieroni V. (2011). Memorie di Antonio Stoppani nel seminario di Venegono. La Scuola Cattolica 3: 431-454.

Guioli S. & Brambilla G. (2003). La “fauna nana” (Brachiopoda e Mollusca) di San Colombano al Lambro (Lombardia, Italia NO): revisione e nuova interpretazione della Collezione Patrini. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano 144: 197-209.

Soldan D. M. & Cuccaro T. (2007). Il Museo Paleontologico “Virginio Caccia” di San Colombano al Lambro (MI). Paleoitalia 16: 25-28.

Stoppani A. (1857). La Collina di San Colombano. In: Studii geologici e paleontologici sulla Lombardia. Milano: 43-46.

Nel web

Museo Paleontologico e Archeologico “Virginio Caccia”, San Colombano al Lambro (MI)

Testo di Luca Jaselli
Fotografie di Stefano Dominici