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Il nome di Baccinello (GR) è indissolubilmente legato ad un reperto fossile eccezionale: lo scheletro in connessione anatomica di una scimmia antropomorfa della specie Oreopithecus bambolii. Il reperto fu scoperto il 2 agosto 1958, grazie alla tenacia del paleontologo svizzero Johannes Hürzeler, nei pressi di questo piccolo centro urbano nato intorno alle miniere attive in quegli anni nella Maremma Toscana. L'esemplare, oggi conservato presso il Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Firenze, fu battezzato con il nomignolo amichevole di “Sandrone” dai minatori che collaborarono al recupero del fossile, estratto dalle profondità delle gallerie e cunicoli di estrazione della lignite dove era sepolto dal Miocene superiore.

Sino dalla prima descrizione ad opera di Gervais, relazioni filogenetiche e ricostruzione delle caratteristiche locomotorie di questo primate fossile sono state oggetto di dibattito. Si deve proprio a J. Hürzeler il grande impulso che negli anni ’50 portò alla ribalta delle cronache questo primate. Le ipotesi che oreopiteco potesse essere un ominide—un primate fossile in qualche modo legato strettamente ai nostri diretti antenati—portò la stampa mondiale ad occuparsi della questione e quotidiani come New York Times e Herald Tribune gli dedicarono spazio sulle prime pagine.

A partire dalla primavera del 1956, quando venne a sapere che i minatori di Baccinello avevano formato una cooperativa e che i lavori di estrazione della lignite nella vecchia miniera erano ripresi, Hürzeler dedicò alcuni anni alla raccolta sul campo di nuovo materiale, seguendo personalmente i lavori di estrazione di lignite nella miniera di Baccinello. Molto presto, insieme alla lignite, furono scoperti resti di ossa e denti, tra i quali anche nuovi resti di Oreopithecus. Purtroppo, a causa del metodo di estrazione, la maggior parte dei fossili arrivavano in superficie molto danneggiati. Nonostante ciò, Hürzeler aveva notato che molte delle ossa erano ancora in connessione, econcludendo che dovevano esserci degli scheletri completi che erano stati danneggiati dalle operazioni di estrazione. La sua intuitività e la sua tenacia furono premiate a pochi giorni dalla definitiva chiusura dell’attività estrattiva. Nell'estate del 1958, la miniera stava per essere nuovamente chiusa per insormontabili problemi economici. Il 2 Agosto Hürzeler, che si era trasferito a Baccinello, aveva ormai le valigie pronte per rientrare a Basilea, ma la notte prima della partenza fu svegliato dal responsabile della miniera, l'ingegner Minucci, con la notizia che nella miniera una galleria a 200 metri di profondità era crollata e che in seguito al crollo alcune ossa affioravano sulla volta della galleria. Quando Hürzeler scese in miniera fu subito chiaro che le ossa esposte erano quelle di uno scheletro di Oreopithecus. Esponendosi al pericolo di un ulteriore crollo nella galleria, non essendo sicuro della fattibilità di un recupero, Hürzeler eseguì un disegno a grandezza naturale delle ossa visibili per documentare nel miglior modo possibile il ritrovamento. Fu chiamato un fotografo da Grosseto e furono scattate le foto oggi storiche, pubblicate sui giornali di tutto il mondo. Scatti seguiti con l'uleriore grande rischio di esplosioni dovute al grisou, innescate dall’utilizzo del flash al Magnesio.

La scoperta dello scheletro dell'Oreopithecus, presunto più antico antenato dell'uomo, tornò ad occupare i titoli della stampa mondiale. Hürzeler osservò e descrisse molti tratti della dentatura, del cranio e dello scheletro, notando che alcuni dei caratteri osservati erano esclusivi dell'uomo e dei suoi diretti antenati. La pubblicazione dello studio gli procurò critiche e scetticismo, e comunque una scarsa considerazione da parte della comunità scientifica. Dalla fine degli anni '90 e negli anni seguenti, quando lavori di revisione svolti da ricercatori spagnoli ed italianil confermarono ed estesero le osservazioni di Hürzeler, l'interpretazione dei tratti anatomici è oggi cambiata. Dato che negli anni '50 la documentazione dei primati fossili europei ed africani era molto limitata e i fenomeni di evoluzione in ambiente insulare poco conosciuti, Hürzeler non aveva altra possibilità che confrontare Oreopithecus con l'uomo, ipotizzando una relazione filogenetica tra le due forme. Il fenomeno dell’endemismo insulare è una chiave di lettura indispensabile per capire l’evoluzione e gli adattamenti molto particolari di questa fauna e di Oreopithecus bambolii in modo particolare. Si pensa infatti oggi che questo primate sia uno degli ultimi sopravvissuti della radiazione evolutiva delle scimmie antropomorfe avvenuta in Eurasia durante il Miocene, assieme all'orango, discendente ancora vivente.

Un aspetto peculiare di Oreopithecus risiede nell’interpretazione del suo modo di muoversi. Questo primate aveva una serie di caratteristiche morfologiche tipiche delle scimmie antropomorfe attuali tra i quali le proporzioni generali del corpo con un rapporto tra lunghezza degli arti anteriori e posteriori maggiore di quello degli scimpanzé attuali, e confrontabile con quello del suo supposto antenato, Hispanopithecinae (un gruppo di scimmie antropomorfe che nel Miocene superiore era diffuso dalla Spagna all’Ungheria). Ad uno sguardo superficiale queste caratteristiche potrebbero far pensare a un adattamento locomotorio da brachiatore arboricolo, cioè un animale che si spostava tra un ramo e l’altro appendendosi alle braccia, come i gibboni e gli oranghi. Di recente la questione della locomozione di Oreopithecus è stata messa in discussione e i nuovi studi anatomici hanno messo in risalto la presenza di tratti legati a una locomozione bipede nella morfologia di varie parti dello scheletro: il bacino, il femore, il piede, la mano e l’orecchio interno. Queste nuove analisi morfologiche e funzionali e la sua interpretazione come bipede, seppur dotato di un’andatura ben diversa da quella umana, lo hanno riportato al centro del dibattito scientifico. Oggi sono molti i ricercatori convinti che forti similitudini con gli ominidi, unite a profonde differenze, si siano sviluppate come conseguenza all’evoluzione in ambiente insulare, facendo di Oreopithecus bambolii una specie chiave per la comprensione della bipedia umana.

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Per approfondire

Cicerone M. & Lorini A. (2008). Baccinello, il borgo minerario dell’ominide. Storia, memoria e cronaca. Collana Archivi riemersi, Edizioni Effigi, Arcidosso, GR (http://www.cpadver.com).

Cioppi E. & Rook L. (2011). Vertebrati continentali Miocenici. In: Monechi S. & Rook L. (eds). Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Volume 3°: Le collezioni geologiche e paleontologiche. Florence University Press: pp. 207-219.

Clarke R. (2011). Il restauro del cranio di Oreopithecus e la sua peculiare anatomia. pp. 222-223, In: Monechi S. & Rook L. (eds). Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Volume 3°: Le collezioni geologiche e paleontologiche. Florence University Press.

Hürzeler J. (1949). Neubeschreibung von Oreopithecus bambolii Gervais. Schweizerisches Paläontologische Abhandlungen 66: 1-20.

Hürzeler J. (1958). Oreopithecus bambolii Gervais, a preliminary report. Verhandlungen der Naturforschenden Gesellschaft in Basel 69: 1-48.

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Moyá-Solá S. (2011). Oreopithecus: una scimmia antropomorfa evoluta in ambiente insulare. pp. 220-222, In: Monechi S. & Rook L. (eds). Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Volume 3°: Le collezioni geologiche e paleontologiche. Florence University Press.

Moyá-Solá S. & Köhler M. (1997). The phylogenetic relationships of Oreopithecus bambolii Gervais, 1872. Comptes Rendus de Academie de Sciences de Paris 324: 141-148.

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Rook L. (2012). Basel-Tuscany a long-lasting link. Swiss Journal of Palaeontology 131(1): 7-9.

Rook L., Bondioli L., Köhler M., Moyá Solá S. & Macchiarelli R., 1999, Oreopithecus was a bipedal ape after all: evidence from the iliac cancellous architecture. Proceedings of the National Academy of Sciences USA 96: 8795-8799.

Nel web

Atti del Museo di Storia Naturale della Maremma - Numero speciale dedicato al XL anniversario della scoperta dello scheletro di Oreopithecus bambolii

Testo di Lorenzo Rook

Fotografie dagli archivi di Naturhistorisches Museum di Basilea e Museo di Storia Naturale di Firenze