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Il registro fossile del Valdarno Superiore è uno dei principali riferimenti per la paleontologia dei vertebrati terrestri del Plio-Pleistocene europeo. Resti provenienti da questo bacino continentale sono segnalati fin dal tardo rinascimento e raccolti in modo sistematico, descritti e custoditi dal settecento.

Collezioni più o meno antiche di mammiferi fossili sono oggi conservate in vari musei andando a costituire, sebbene spesso prive di un’esatta ubicazione geografica o stratigrafica, un importantissimo archivio paleobiologico, paleoecologico e biocronologico, punto di riferimento per lo studio della componente continentale degli ecosistemi del Plio-Pleistocene europeo. Le antiche collezioni naturalistiche rappresentano infine una fonte primaria di documentazione per la storia della geologia, della paleontologia e della biologia evoluzionistica.

Considerare le faune del Valdarno Superiore in una prospettiva storica vuol dire in primo luogo guardare alla storia dei musei dove esse sono conservate. Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, affondando le sue radici nelle collezioni granducali toscane, è uno dei principali depositari, ma collezioni di fossili valdarnesi sono ben rappresentate in altri musei toscani, come il Museo Paleontologico di Montevarchi, e nei grandi musei d’Europa, come quelli di Londra, Parigi e Basilea. Fin dai primissimi anni del diciannovesimo secolo il grande paleontologo francese Georges Cuvier aveva stabilito un proficuo scambio di informazioni con il fiorentino Giovanni Fabroni e disegni del Fabroni e materiali del Valdarno Superiore sono menzionati e figurati nel fondamentale Rechérches sur les Ossemèns fossils, dove Cuvier istituisce alcune specie nuove su materiali del Valdarno Superiore.

Il Naturhistorisches Museum di Basilea conserva una ricca collezione di mammiferi fossili accumulata in vari decenni a partire dalla metà del diciannovesimo secolo. Il paleontologo svizzero Ludwig Rütimeyer visitò infatti Firenze e il Valdarno Superiore intorno al 1850, acquisendo un primo lotto di esemplari. Il suo allievo e successore alla direzione di quel museo, Hans Georg Stehlin, intrattenne una corrispondenza tra il 1880 ed 1920 con Hans Carl Iselin, pastore evangelico di origini basilesi residente a Firenze. Dai contatti che Iselin manteneva con contadini e residenti del Valdarno, Stehlin potè acquisire per il Museo di Basilea una grande quantità di fossili. Negli archivi del Naturhistorische Museum è conservata una foto di gruppo dei primi anni del ‘900 con un appunto sul retro in cui il signor Filippo Brilli indicato come “scavatore di fossili’’. Il nome di Brilli ricorre con frequenza negli archivi del Museo di Firenze, individuandolo come autore di un grande numero di rinvenimenti fatti al passaggio tra i due secoli.

Tra le località che in quegli anni restituirono importanti collezioni sia a Firenze che Basilea, alcune possono essere ancora oggi identificate. Una di queste località, particolarmente importante per il suo significato paleontologico, è nota col nome di “Inferno” o “Case Inferno” ed è situata nei pressi di Terranova Bracciolini (AR), distinta ma molto vicina a Casa Frata, altra località particolarmente feconda, scoperta negli anni settanta del secolo appena trascorso. Qui affiorano depositi deltizi facenti parte del Sintema di Montevarchi, unità stratigrafica che nel Valdarno Superiore documenta un’importante fase di riempimento del bacino, in ambiente fluvio-lacustre. Entro il gran numero di specie provenienti da Case Inferno si riconoscono la bertuccia fossile villafranchiana Macaca sylvana florentina, l’elefante meridionale Mammuthus meridionalis, i cervidi e bovidi tipici del Villafranchiano, come Pseudodama nestii, Eucladoceros dicranios, Leptobos etruscus e Leptobos vallisarni, i due equidi Equus stehlini e Equus stenonis, il rinoceronte etrusco Stephanorhinus etruscus e numerosi carnivori, come il felide dai denti a sciabola Homotherium crenatidens , la pantera toscana Panthera gombaszoegensis, il ghepardo Acinonyx pardinensis e la lince Lynx issiodorensis. Completano l’elenco dei carnivori la grande iena Pachycrocuta brevirostris, il cane e l’orso etruschi (Canis etruscus, Ursus etruscus) e la martora Martes sp.. Sono presenti infine resti di micromamiferi come l’ocotonide Prolagus sp. e l’arvicolide Mimomys savini.

Per approfondire

Azzaroli A., De Giuli C., Ficcarelli G. & Torre D. 1988. Mammal succession of the Plio-Pleistocene of Italy. Memorie della Società Geologica Italiana 31, 213-218.

Azzaroli A. 1992. The cervid genus Pseudodama n.g. in the Villafranchian of Tuscany. Palaeontographia Italica 79, 1-41.

Cioppi E. & Dominici S. 2010. Origini e sviluppo delle collezioni geologiche e paleontologiche. In: Monechi S. & Rook L. (ed.), Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, 3, Le collezioni geologiche e paleontologiche, 19-55.

Cocchi I. 1972. Su di due Scimmie fossili italiane. Bollettino del Regio Comitato Geologico d’Italia 3-4, 59-71.

Cuvier G. 1812. Recherches sur les ossemens fossiles, où l’on rétablit les caractères de plusieurs animaux dont les révolutions du globe ont détruit les especes. Deterville, Paris.

Dominici S. & Cioppi E. 2012. Evolutionary Theory and the Florence Paleontological Collections. Evolution: Education and Outreach 5, 9-13.

Rook L. 2012. Basel-Tuscany, a long-lasting link. Swiss Journal of Palaeontology 131, 7-9.

Rudwick M.J.S. 2005. Bursting the limits of time. The Reconstruction of geohistory in the age of revolution. University of Chicago Press, Chicago, 708 pp.

Tartaro G. & Mazzini M. 1997. Il Museo Paleontologico di Montevarchi. Editrice Le Balze, Montepulciano, 71 pp.

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Testo di Lorenzo Rook
Fotografie di Stefano Dominici e dagli archivi di Naturhistorisches Museum di Basilea e Museo di Storia Naturale di Firenze