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Quinta delle sette isole dell'Arcipelago Toscano, Pianosa è l’unica a essere formata solo da rocce sedimentarie del Neogene e del Quaternario. L'ubicazione geografica ne fa un elemento chiave nella ricostruzione delle tappe evolutive dell’apertura del Mar Tirreno. Una storia scritta nelle sue rocce e nei suoi fossili.

Dedicata a carcere per oltre 150 anni e oggi area protetta del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, Pianosa e le acque circostanti conservano intatte molte ricchezze naturalistiche. Sull’isola sono comunissimi i resti fossili, studiati in passato da Gastaldi, Forsyth Major, De Stefano e dal livornese Caterini, tra quanti si occuparono dei vertebrati quaternari, e da Simonelli, Gioli e Neviani tra coloro che studiarono gli invertebrati pliocenici. La quantità e la varietà di echinodermi, molluschi e briozoi del Pliocene è tale che alcuni affioramenti sono oggi sotto particolare tutela.

Dagli affioramenti di età burdigaliana, da depositi di origine turbiditica che precedono la fase di emersione del Miocene superiore, provengono abbondanti frammenti di briozoi e molluschi. La maggiore ricchezza paleontologica spetta tuttavia agli spettacolari affioramenti della Formazione di Pianosa, discordante sul Miocene, composti da biocalcareniti e biocalciruditi con abbondanti molluschi, alghe calcaree, briozoi, brachiopodi e dove non è infrequente trovare resti di crostacei e di pesci. A luoghi questa unità è formata esclusivamente da accumuli di macrofossili, come a Cala del Bruciato dove dominano le alghe calcaree oppure alla Lavanderia Vecchia, dove affiorano banchi a Isognomon maxillatus, o ancora a Punta Libeccio con i livelli a pettinidi. Le calcareniti della Formazione di Pianosa costituiscono anche la pietra da costruzione più utilizzata sull’isola e molte abitazioni possono diventare occasione di scoperta paleontologica. La formazione si estende dal Pliocene al Pleistocene ed è sovrastata dalla cosiddetta “Panchina” tirreniana che giace in chiara discordanza angolare, un’unità di pochi metri, ma una vera e propria “lumachella” a bivalvi e gasteropodi tra i quali è frequente incontrare Strombus bubonius e grossi esemplari di Patella ferruginea, fossili di significato cronostratigrafico.

Per approfondire

Antonioli F., Dorefice M., Ducci S., Firmati M., Foresi L.M., Graciotti R., Perazzi P., Panatloni M., Principe C. (2011). Palaeogeographic reconstruction of northern Tyrrhenian coast using archaeological and geomorphological markers at Pianosa island(Italy). Quaternary International 232: 31-44.

Bossio A., Cornamusini G., Ferrandini J., Ferrandini M., Foresi L.M., Mazzanti R., Mazzei R. e Salvatorini G., (2000). L’evoluzione sedimentaria neogenica dell’area tirrenica settentrionale (Toscana Marittima, Isola di Pianosa, Bacino di Aléria). Atti del Congresso Environment et Identité en Mediterranée, Corte 13-15 Giugno 2000.

Caterini F. (1921). Resti fossili di uccelli della breccia ossifera del Monte Argentario e del deposito quaternario dell’isola di Pianosa nel Mar Tirreno. Bollettino della Società Geografica, Atti della Società Toscana di Scienze Naturali, Procedimenti Verbali 30: 75-80.

Foresi L.M., Aldinucci M., Sandrelli F., Cornamusini G. (2008). L'Isola di Pianosa: perla neogenica dell'Arcipelago Toscano. Etrurianatura 5: 128-151

Forsyth Major C.J. (1882): L’origine della fauna delle nostre isole. Atti della Società Toscana di Scienze Naturali, Procedimenti Verbali III: 36-42, 2: 113-133.

Neviani A. (1902). I briozoi pliocenici e miocenici di Pianosa. Bollettino della Società Geologica Italiana 21: 329-343.

Nel web

Parco Nazionale Arcipelago toscano
Associazione per la difesa dell'Isola di Pianosa
Conoscere l'Isola di Pianosa

Testo di Luca Foresi
Fotografie di Luca Foresi, Stefano Dominici e Saulo Bambi.